L'esperienza del fisioterapista runner a disposizione del Podisti! Si parla di traumi e tutti noi ne sappiamo ahinoi qualcosa!
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Qui l'intro per il lancio dei prossimi argomenti
CAP 3.1 GLI SHOCK DELLA CORSA
In questa
sezione farò riferimento agli infortuni che hanno una causa
microtraumatica, cioè dovuta al ripetersi della stessa imperfezione
per innumerevoli impatti del piede al suolo. Ogni infortunio di tipo
microtraumatico ha alla origine una causa che non sempre è evidente,
anzi a volte è celata da compensi, altre volte il podista tende ad
attribuire la causa di un infortunio all'episodio scatenante: “stavo
correndo a ritmo medio, ero caldo e a un certo punto ho iniziato a
sentire male al piede...”. E' ovvio che il povero piede stesse
subendo già da tempo degli insulti microtraumatici e l'insorgenza
del dolore è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Le
cause microtraumatiche di un infortunio spesso non sono isolate ma si
sommano ad altre, quindi in questo caso l'analisi della situazione
non deve fare riferimento alla prima apparenza, ma deve essere più
approfondita e prendere in analisi le concause. Generalmente
l'infortunio di un atleta non dipende da un solo elemento causale ma
dalla somma di più imperfezioni ed errori, che contemporaneamente si
sommano fino a creare la patologia.
Sindrome
da overuse
Una cosa è
chiara, il podista si infortuna correndo. Da questa frase,
apparentemente banale, si deve partire per analizzare il seguito del
discorso. Va precisato che gli stimoli allenanti non agiscono mai su
un unico bersaglio, ad esempio una ripetuta in salita interverrà sul
sistema muscolare ma anche su quello cardiorespiratorio, ecc. con dei
tempi di recupero che non saranno necessariamente uguali tra loro,
pertanto non basta non sentire più i muscoli affaticati dopo un
lavoro fisico per garantire un ripristino anche degli aspetti
metabolici degli altri tessuti. I
substrati energetici dell’atleta sono sottoposti ad un’alternanza
tra la fase catabolica, durante la quale subiscono una degradazione
che coincide con lo sforzo, e la fase anabolica, ove si assiste ad un
ripristino di questi substrati all’interno delle strutture, fase
che coincide con il riposo dopo la prestazione quindi con il
recupero. Su questi concetti si basa il termine supercompensazione.
Un allenamento di qualsiasi natura esso sia, che sia dotato di
sufficiente intensità e durata, provoca una stanchezza
dell’organismo che corrisponde ad una diminuzione delle
prestazioni; a questa fase l’organismo fronteggia con degli
adattamenti che lo portano a ricomporre le qualità iniziali
(compensazione) ed addirittura ad un miglioramento del livello di
prestazione iniziale (supercompensazione). Se, mentre si trova al
culmine del processo supercompensativo, l'organismo viene sottoposto
ad un nuovo stimolo allenante di analoga intensità, il processo
anabolico di rigenerazione si ripete. Tale stimolo va a rinforzare
ulteriormente i precedenti effetti della supercompensazione,
adattando le capacità dell'organismo all'impegno energetico
richiesto. Dopo vari stimoli allenanti il corpo sposta il proprio
equilibrio ad un livello prestativo superiore ed interpreta lo stress
fisico che aveva precedentemente generato la supercompensazione, come
un evento assolutamente normale. Se lo stimolo allenante mantiene
un'intensità costante nel tempo, il corpo si abitua e gli
adattamenti biologici diventano sempre minori, fino ad annullare
totalmente la possibilità di nuovi processi compensativi. Si rendono
quindi necessari stimoli allenanti di maggiore intensità, per
perturbare nuovamente l'omeostasi
e stimolare una nuova e proficua supercompensazione. Nonostante in
proposito esistano differenze individuali significative, la
formazione di processi di adattamento supercompensativi ha tuttavia
un limite. Mano a mano che il livello prestativo di un atleta cresce,
la possibilità di sconvolgere l'omeostasi interna e produrre nuovi
adattamenti si riduce sempre più. Anche se si rispettano tutti i
princìpi base della metodologia dell'allenamento, il rendimento di
un atleta non può corrispondere ad un'ascesa costante. Tanto più lo
stimolo allenante è intenso e tanto maggiore dovrà essere il tempo
di recupero.
Per questo motivo è impossibile mantenere il top della condizione
per periodi di tempo molto lunghi. Il
principio di adattamento esposto non deve essere riferito solo alle
capacità di allenamento organico dell'atleta ma deve essere esteso
alle sollecitazioni adattative di tutti i tessuti della locomozione:
muscoli, tendini, legamenti, cartilagini, capsule, fasce...
E'
di fondamentale importanza ricordare sempre questa regola perché
costituisce la base su cui ragionare per potersi allenare, crescere,
progredire e, soprattutto, dosare gli sforzi con criterio per evitare
infortuni.
In
sintesi, la
sollecitazione meccanica generale applicata al corpo non deve mai
superare la capacità massima del corpo per l'adattamento.
Per
questo motivo ritengo che la principale causa degli infortuni del
podista sia da attribuire ad una errata metodologia degli
allenamenti.




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